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Ott272009

Caterina
La bellezza del carattere di Elena stava nella sua concretezza.
Era una donna single, seria ed affidabile, pochi i voli di fantasia nella sua vita di tutti i giorni.
due figli, casa e lavoro erano il suo mondo, il centro dei suoi interessi.
Figlia unica di Caterina, un tempo giovane vedova di guerra, aveva imparato da piccolissima a badare a sé stessa, ad accontentarsi dell’affetto solido e sicuro della mamma che con il suo lavoro di sarta  provvedeva alle necessità di entrambe.
Non aveva mai conosciuto suo padre.
La mamma diceva che era stato l’unico principe azzurro della sua vita, il grande amore. Era morto in guerra, troppo giovane per lasciarla così, con una bambina ancora da nascere e tutta una serie infinita di giorni vuoti di erotismo e di affetto.
Avrebbe voluto morire, ma poi era nata lei, così piccola, così bella così indifesa.
E la bambina aveva restituito senso alla vita di quella donna solitaria che uomini no, non ne aveva più voluti.
Si era chiusa in casa, lavorava indefessa, pensava alla sua Elena e viveva per lei.
Quando gli anni erano poi passati,  Elena era cresciuta e si era sposata, creando una vita e una famiglia sua, aveva potuto allentare un po’ il suo lavoro e le piaceva, finita la giornata di lavoro e consumata una cena frugale, fumare una sigaretta, l’unica della giornata, e guardare la televisione.
Spesso si addormentava davanti alla tv, tirava tardi e andava a letto a notte inoltrata.
Soffriva d’insonnia, come tutte le persone anziane.
C’era allora per Caterina, una volta a letto, il tempo delle parole crociate o della lettura di un settimanale che la teneva informata di tutte quelle sciocchezze che non interessano nessuno e che, pure, nessuno si perde.
Recitava il rosario, ricordava nelle preghiere il marito morto, si affidava a Dio e alla sua infinita misericordia e poi, finalmente, si addormentava.
Il suo era, però, un sonno leggero e nel suo  dormire riconosceva i rumori fatti dal nipote ormai uomo fatto che abitava al piano di sotto e tornava a casa tardi quando usciva con gli amici, il pianto del bimbo più piccolo dei vicini di casa, il miagolio di un gatto tigrato che visitava i giardini delle abitazioni vicine di giorno e cercava innamorate la notte.
La casa in cui viveva aveva una struttura a corte chiusa lombarda ed era la ristrutturazione nel corso di due secoli dell’antica caserma asburgica che aveva visto molte trasformazioni per adattarsi alla vita degli uomini che l’avevano poi abitata nell’arco dei molti decenni.
Dalla stretta stradina che saliva dal lago, attraverso il cancello di ferro si accedeva al giardino che faceva bella mostra di sé ai passanti, turisti stranieri perlopiù, che andavano a visitare il castello in alto, sulla collina retrostante da cui si poteva ammirare una vista mozzafiato romantica  fino a metà lago e per questo motivo, non a caso, la Rocca nei secoli era stata un baluardo importante per la storia dell’antico ducato di Milano.
Sul lato sinistro del cortile si affacciavano quelle che una volta erano state le stalle.
Dell’antica costruzione restavano le tre ampie aperture che una volta permettevano l’accesso ai locali dove venivano custoditi i cavalli e da dove,  attraverso una scalinata,  era possibile salire alle camerate comunicanti e riservate alla truppa.
Di fronte, sul lato destro del cortile, c’erano i locali disposti su due piani destinati agli uffici e ai militari di maggior riguardo.
Due architetti, marito e moglie avevano comperato l’ala sinistra della costruzione, ne avevano ricavato al piano terra un ampio studio per la loro attività professionale e al primo piano l’appartamento dove vivevano con i loro tre figli.
Avevano piantato un’olea fragrans che ogni anno a maggio rifioriva  inondando tutta la via con la delicatezza del suo profumo e ombreggiando parte del giardino nelle calde giornate estive.
Avevano aggiunto oleandri, palme, un’ortensia e fiori stagionali che coloravano il giardino e lo arricchivano di note profumate col passare delle stagioni.

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Ott272009

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